Quando il dissenso diventa colpa
Riflessioni ad alta voce sul caso Ulivieri
di Leonardo Alberti
Leggendo su INTERMEDIA CHANNEL l’intervista a Ulivieri, quello che lui racconta, non da la sensazione di assistere a una polemica personale. Si percepisce piuttosto una riflessione amara, detta ad alta voce, sullo stato della rappresentanza sindacale oggi. C’è delusione, certo. Ma soprattutto c’è stupore per essere arrivati al punto di espellere un collega non per comportamenti scorretti, bensì per aver espresso liberamente le proprie idee, per aver partecipato al dibattito pubblico, per aver chiesto che si riaprisse un tavolo di confronto con ANIA.
Ulivieri parla apertamente di “delitto di opinione”. Racconta di un provvedimento che nasce da un’interpretazione politica dello statuto e che finisce per colpire una sola persona in mezzo a molti, etichettandolo come “anarchico e poco controllabile”. Lui ribalta quella definizione: non anarchia, ma autonomia di giudizio, non indisciplina, ma libertà di pensiero. Ed è qui che il tema smette di essere individuale e diventa collettivo.
Nelle sue parole emerge un disagio più profondo: uno SNA che, a suo avviso, si è progressivamente chiuso nel pensiero unico, che fatica a gestire il dissenso e tende ad allontanare chi potrebbe rappresentare un’alternativa. Una dinamica già vista negli ultimi anni, con altri responsabili di Gruppo messi ai margini. Non un episodio isolato, ma un modello che interroga seriamente sul livello di democrazia interna.
Ulivieri non parla da vittima, parla da professionista che continuerà a fare il proprio lavoro, da presidente di Gruppo che guarda già alle sfide del 2026, dalle trattative future agli equilibri con la mandante. Ma soprattutto parla da uomo di categoria, preoccupato per un immobilismo che pesa come un macigno: un Accordo Impresa–Agenti fermo da oltre vent’anni, trattative interrotte su un nodo, quello del dato, che interessa poco alla base e molto alle dinamiche di potere, una mancanza di piattaforma comune che rischia di lasciare i Gruppi Agenti soli davanti a un mercato che corre veloce.
Il punto centrale del suo ragionamento è semplice: senza confronto non c’è sindacato, senza pluralità di idee non c’è rappresentanza, senza visione non c’è futuro.
Espellere chi partecipa al dibattito pubblico significa rinunciare alla funzione stessa di guida della categoria.
Quando si definisce “sindacalmente apolide”, Ulivieri non parla di resa, parla di libertà. Cacciato ma non arreso. Senza tessera, ma con idee chiare: serve un rinnovamento vero, serve tornare ad ascoltare quella base silenziosa che non frequenta le aule sindacali ma rappresenta la spina dorsale della professione, serve una politica sindacale capace di uscire dalle segrete stanze, di dialogare con le altre sigle, di costruire sintesi invece di alzare muri.
Il passaggio forse più forte riguarda la responsabilità politica. Richiamarsi allo statuto per coprire una scelta di natura politica è un modo elegante per evitare di assumersene il peso. I sindacati dovrebbero unire, non isolare, guidare, non controllare e sopratutto avere il coraggio di fare scelte difficili, non rifugiarsi nello status quo.
E su questo, personalmente, non posso che concordare con lui: la Categoria merita di più, merita visione, competenza, coraggio, merita un sindacato che sia aperto anche a chi la pensa diversamente.
