Le parole non sono mai neutre

Per migliorare la professione di agente d'assicurazione

Le parole non sono mai neutre

Perché gli agenti dovrebbero essere rappresentati da un’Associazione e non da un Sindacato

di Leonardo Alberti

Da anni la categoria rivendica con orgoglio la propria natura imprenditoriale. È una rivendicazione legittima. L’agente investe capitali propri, assume collaboratori, sostiene costi, organizza un’impresa, affronta il rischio economico e vive dei risultati della propria capacità manageriale. Nessuno mette in discussione tutto questo.

Eppure esiste un particolare che, forse proprio perché ci accompagna da decenni, non suscita più alcuna riflessione: gli imprenditori vengono rappresentati da un sindacato.

È una definizione che merita di essere discussa.

Nella cultura economica e giuridica il sindacato nasce per rappresentare il lavoro dipendente. La sua funzione è tutelare chi si trova in una posizione di subordinazione rispetto al datore di lavoro, riequilibrando un rapporto che, per sua natura, è asimmetrico.

Le associazioni imprenditoriali hanno invece un’altra missione. Non difendono lavoratori subordinati, ma imprese. Promuovono sviluppo, competitività, innovazione, capacità manageriale e rappresentano gli interessi di chi crea valore assumendosi il rischio d’impresa.

Sono due mondi profondamente diversi.

Per questo mi sono sempre chiesto se non esista una contraddizione di fondo nel continuare a definire “Sindacato” l’organizzazione che rappresenta una categoria che chiede di essere riconosciuta come imprenditoriale.

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta soltanto di un nome, ebbene per me non lo è!

Le parole costruiscono la cultura di un’organizzazione. Influenzano il modo in cui i suoi iscritti percepiscono il proprio ruolo e il modo in cui vengono percepiti dalle compagnie, dalle istituzioni e dal mercato.

Se continuo a definirmi attraverso un termine tradizionalmente legato alla tutela del lavoro dipendente, rischio di trasmettere, anche inconsapevolmente, un’immagine diversa da quella che vorrei affermare. Non è una questione semantica, bensì una questione identitaria.

L’agente moderno non chiede qualcuno che lo protegga come un lavoratore subordinato. Chiede regole certe, rapporti equilibrati con le compagnie, strumenti per competere, formazione manageriale, innovazione tecnologica e rappresentanza istituzionale.

Sono esigenze tipiche di un imprenditore, ed è proprio qui che dovrebbe evolvere anche la cultura della rappresentanza.

Un’associazione imprenditoriale non è meno autorevole di un sindacato. Al contrario. Ha una missione diversa: accompagnare la crescita delle imprese associate, rappresentarne gli interessi economici e favorirne lo sviluppo in un mercato sempre più complesso.

Forse è arrivato il momento di porci una domanda semplice, senza condizionamenti e senza il peso della tradizione. Se siamo davvero imprenditori, perché continuiamo a farci rappresentare da un sindacato?

Le grandi organizzazioni non diventano autorevoli perché conservano immutato il proprio nome. Diventano autorevoli quando hanno il coraggio di interrogarsi sulla propria identità e di adeguarla ai cambiamenti della società che rappresentano.

Forse il vero dibattito non riguarda una parola, ma riguarda il modo in cui gli agenti di assicurazione scelgono di guardare sé stessi.

Perché è difficile chiedere al mercato di riconoscerti come imprenditore se sei il primo a presentarti con un’identità che appartiene a un’altra storia.